This book contains the conclusions of a long research work that the author has done also in important European libraries. It is about the description of the myth of Brutus in florentine Humanisme and Renaissance thought.This issue is considered by the hisorical point of view, but also by the evidences emerging form literary tradition and political thought. The image of Brutus, who betrayed and killed Cesar is considerered in its evolution, from the negative judgement that Dante in the "Commedia" expresses to the clebration that one can read in the "Apologia" of Lorenzino de´ Medici, who killed the tyrant of Florence in 1537. Lorenzino writes to justify his discussed action. The last part of this book is devoted to the historical circumstances of Lorenzino´s tyrannicide, the reactions in Florence and among the exiled republicans, the final defeat of their hopes to restore republic in Florence that happened with the battle of Montemurlo. Then Lorenzino writes his "Apologia" to answer to the criticism he recieved. In this book it is described for the first time the history of different edition of Lorenzino´s work, and for the first time a manuscript ( written from the author and possesed by Jacopo Corbinelli) is transcribed and published.

Questa monografia conclude un lungo percorso di ricerca svolto dall’autrice in merito al mito di Bruto nell’umanesimo e nel rinascimento fiorentino. Si tratta di una questione analizzata nel libro dal punto di vista del pensiero politico, della ricostruzione storica, delle testimonianze letterarie relative alla fortuna del personaggio Bruto “minore”, uccisore di Cesare e delle rappresentazioni metaforiche del suo gesto. Dietro a tutto ciò si cela la differente valutazione del tirannicidio come gesto risolutivo degli equilibri politici. Punto di partenza del testo e del percorso di ricerca è rappresentato dalla condanna dantesca del congiurato delle idi di marzo, fonte di una tradizionale assunzione dell’illegittimità del tirannicidio nella cultura fiorentina. In tal senso, ci si sofferma anche sul complesso giudizio petrarchesco circa l’uccisione di Cesare. Petrarca celebra il mito di Cesare, ma allo stesso tempo condanna i tiranni. A rompere questo difficile equilibrio ermeneutico interviene l’opera di Boccaccio, che nel De casibus virorum illustrium, loda apertamente gli uccisori dei tiranni, i quali con la loro azione ripristinano la giustizia e la pace sociale. L’umanesimo fiorentino discusse ampiamente la questione del tirannicidio e della condanna dantesca di Bruto e Cassio. In modo particolare, Coluccio Salutati intervenne sul tema, riprendendo la classificazione bartoliana della tirannide. Leonardo Bruni, Alamanno Rinuccini e Cristoforo Landino contribuirono con la loro diversa interpretazione del tirannicidio a riconoscerne la legittimità e a tracciare la via per un giudizio positivo del tirannicida. Si deve a Niccolò Machiavelli la definitiva rottura del paradigma dantesco relativo alla condanna di Bruto e una trattazione realistica, strategica della questione delle congiure di cui il grande pensatore fiorentino ebbe anche esperienza diretta. Machiavelli considerava la congiura un difficile metodo politico per cambiare la natura del potere. Non si soffermava, qundi, sulla sua legittimità, poiché considerava la questione superata. Egli era interessato a fornire al congiurato un metodo poiché la sua azione producesse gli effetti voluti. Anche Donato Giannotti intervenne nel dibattito in differenti momenti della sua riflessione, considerando il tirannicidio un gesto meritorio, ma dimostrando una preferenza per “Bruto maggiore” piuttosto che per “Bruto minore”. Approdo conclusivo del libro è la vicenda di Lorenzino de’Medici, che nel 1537 riuscì ad uccidere suo cugino Alessandro, duca di Firenze. In seguito al suo gesto, ricostruito qui ampiamente, si diffuse la speranza di un ritorno della repubblica a Firenze . Tale speranza fallì per i ritardi e le divisioni del fronte repubblicano e a causa della grande forza e degli appoggi di cui il fronte mediceo poteva godere. Le polemiche fra i repubblicani furono quindi violente, tanto da indurre Lorenzino a scrivere l’Apologia, per giustificare se stesso, ribadendo la legittimità del tirannicidio. Si affronta in seguito la questione della fortuna del testo lorenziniano . Si pubblica in Appendice un manoscritto inedito dell’Apologia, trascritto dall’autrice e conservato presso la Bibliothèque Nationale de France, di Parigi.

BRUTO A FIRENZE. MITO, IMMAGINE, PERSONAGGIO

RUSSO, Francesca
2008

Abstract

Questa monografia conclude un lungo percorso di ricerca svolto dall’autrice in merito al mito di Bruto nell’umanesimo e nel rinascimento fiorentino. Si tratta di una questione analizzata nel libro dal punto di vista del pensiero politico, della ricostruzione storica, delle testimonianze letterarie relative alla fortuna del personaggio Bruto “minore”, uccisore di Cesare e delle rappresentazioni metaforiche del suo gesto. Dietro a tutto ciò si cela la differente valutazione del tirannicidio come gesto risolutivo degli equilibri politici. Punto di partenza del testo e del percorso di ricerca è rappresentato dalla condanna dantesca del congiurato delle idi di marzo, fonte di una tradizionale assunzione dell’illegittimità del tirannicidio nella cultura fiorentina. In tal senso, ci si sofferma anche sul complesso giudizio petrarchesco circa l’uccisione di Cesare. Petrarca celebra il mito di Cesare, ma allo stesso tempo condanna i tiranni. A rompere questo difficile equilibrio ermeneutico interviene l’opera di Boccaccio, che nel De casibus virorum illustrium, loda apertamente gli uccisori dei tiranni, i quali con la loro azione ripristinano la giustizia e la pace sociale. L’umanesimo fiorentino discusse ampiamente la questione del tirannicidio e della condanna dantesca di Bruto e Cassio. In modo particolare, Coluccio Salutati intervenne sul tema, riprendendo la classificazione bartoliana della tirannide. Leonardo Bruni, Alamanno Rinuccini e Cristoforo Landino contribuirono con la loro diversa interpretazione del tirannicidio a riconoscerne la legittimità e a tracciare la via per un giudizio positivo del tirannicida. Si deve a Niccolò Machiavelli la definitiva rottura del paradigma dantesco relativo alla condanna di Bruto e una trattazione realistica, strategica della questione delle congiure di cui il grande pensatore fiorentino ebbe anche esperienza diretta. Machiavelli considerava la congiura un difficile metodo politico per cambiare la natura del potere. Non si soffermava, qundi, sulla sua legittimità, poiché considerava la questione superata. Egli era interessato a fornire al congiurato un metodo poiché la sua azione producesse gli effetti voluti. Anche Donato Giannotti intervenne nel dibattito in differenti momenti della sua riflessione, considerando il tirannicidio un gesto meritorio, ma dimostrando una preferenza per “Bruto maggiore” piuttosto che per “Bruto minore”. Approdo conclusivo del libro è la vicenda di Lorenzino de’Medici, che nel 1537 riuscì ad uccidere suo cugino Alessandro, duca di Firenze. In seguito al suo gesto, ricostruito qui ampiamente, si diffuse la speranza di un ritorno della repubblica a Firenze . Tale speranza fallì per i ritardi e le divisioni del fronte repubblicano e a causa della grande forza e degli appoggi di cui il fronte mediceo poteva godere. Le polemiche fra i repubblicani furono quindi violente, tanto da indurre Lorenzino a scrivere l’Apologia, per giustificare se stesso, ribadendo la legittimità del tirannicidio. Si affronta in seguito la questione della fortuna del testo lorenziniano . Si pubblica in Appendice un manoscritto inedito dell’Apologia, trascritto dall’autrice e conservato presso la Bibliothèque Nationale de France, di Parigi.
978-88-6342-061-6
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