Il saggio offre una riflessione su quella pratica che chiamiamo teatro, o un certo teatro, che coincide con la festa – il ‘giorno che è santo’ per dirla con Grotowski – che rompe con le consuetudini e crea del nuovo, l’inatteso. È in questo senso che un ‘certo teatro’ è considerato ambiente generativo e rigenerativo – pedagogico dunque – per quanti, in posizione di ‘agenti’, o ‘attori’ appunto, vi si connettono e ne comprendono, incorporandola, la ‘metodologia’ che lo sottende e che propone la necessità e la praticabilità dell’unità cognizione-percezione, dove quindi la corporeità è ‘emergenza’ del cognitivo e delle ‘stratificazioni’ che lo costituiscono. A partire da ‘un certo teatro’ – quel teatro che Grotowski definirà ‘povero’ e che in senso più ampio qui chiamiamo ‘di ricerca’ – il saggio apre a una possibile riflessione in ambito pedagogico per ripensare l’evento formativo come atto, declinandolo o facendolo coincidere quindi con la categoria di performance: il processo creativo che si realizza dall’incontro tra l’attore e il regista, come tra l’attore e lo spettatore e l’allievo e il maestro, ne esalta l’aspetto fisico, ‘carnale’, oltre che quello simbolico, cognitivo. L’incontro, il ‘dono’, la partecipazione, sono proposti come veri e propri topoi della geografia pedagogica così come di quella teatrale, e considerati come elementi metodologici che contribuiscono al mutare della sua morfologia e al crescere della ‘cultura attiva’. La natura materiale del teatro, insieme alla sua vocazione all’invisibile , emerge come il nutrimento nonché il territorio pratico-esperenziale per quella ‘cultura attiva’ che Dewey (1916) aveva indicato come condizione per la libertà (dell’individuo) e per la democrazia (delle società) e che farà individuare l’arte come esperienza . L’interesse per la pratica teatrale, per un certo modo di ‘fare teatro’, si colloca, infatti, nell’ampio spettro di una riflessione che è insieme epistemologica, ontologica e pedagogica o metodologica e che si riconosce nella dimensione estetica: realtà, verità, identità sono concetti da coniugare con quello di ‘forma’ e dunque, in senso post-moderno, con il concetto di flusso o di processo. Il teatro, nella sua tensione al qui ed ora, al farsi evento e dunque ‘fenomeno’ di quanto sembrerebbe sfuggire all’esperienza e alla condivisione, emerge e rivela qualcosa di ciò da cui si origina, contiene una carica poietica che non si esaurisce nella forma se non in quanto essa stessa, la forma, è concetto attraverso cui cogliere la tensione alla trasformazione.

Un certo teatro. O del pedagogico.

D'AMBROSIO, Maria
2013

Abstract

Il saggio offre una riflessione su quella pratica che chiamiamo teatro, o un certo teatro, che coincide con la festa – il ‘giorno che è santo’ per dirla con Grotowski – che rompe con le consuetudini e crea del nuovo, l’inatteso. È in questo senso che un ‘certo teatro’ è considerato ambiente generativo e rigenerativo – pedagogico dunque – per quanti, in posizione di ‘agenti’, o ‘attori’ appunto, vi si connettono e ne comprendono, incorporandola, la ‘metodologia’ che lo sottende e che propone la necessità e la praticabilità dell’unità cognizione-percezione, dove quindi la corporeità è ‘emergenza’ del cognitivo e delle ‘stratificazioni’ che lo costituiscono. A partire da ‘un certo teatro’ – quel teatro che Grotowski definirà ‘povero’ e che in senso più ampio qui chiamiamo ‘di ricerca’ – il saggio apre a una possibile riflessione in ambito pedagogico per ripensare l’evento formativo come atto, declinandolo o facendolo coincidere quindi con la categoria di performance: il processo creativo che si realizza dall’incontro tra l’attore e il regista, come tra l’attore e lo spettatore e l’allievo e il maestro, ne esalta l’aspetto fisico, ‘carnale’, oltre che quello simbolico, cognitivo. L’incontro, il ‘dono’, la partecipazione, sono proposti come veri e propri topoi della geografia pedagogica così come di quella teatrale, e considerati come elementi metodologici che contribuiscono al mutare della sua morfologia e al crescere della ‘cultura attiva’. La natura materiale del teatro, insieme alla sua vocazione all’invisibile , emerge come il nutrimento nonché il territorio pratico-esperenziale per quella ‘cultura attiva’ che Dewey (1916) aveva indicato come condizione per la libertà (dell’individuo) e per la democrazia (delle società) e che farà individuare l’arte come esperienza . L’interesse per la pratica teatrale, per un certo modo di ‘fare teatro’, si colloca, infatti, nell’ampio spettro di una riflessione che è insieme epistemologica, ontologica e pedagogica o metodologica e che si riconosce nella dimensione estetica: realtà, verità, identità sono concetti da coniugare con quello di ‘forma’ e dunque, in senso post-moderno, con il concetto di flusso o di processo. Il teatro, nella sua tensione al qui ed ora, al farsi evento e dunque ‘fenomeno’ di quanto sembrerebbe sfuggire all’esperienza e alla condivisione, emerge e rivela qualcosa di ciò da cui si origina, contiene una carica poietica che non si esaurisce nella forma se non in quanto essa stessa, la forma, è concetto attraverso cui cogliere la tensione alla trasformazione.
978-88-207-6239-1
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.12570/917
 Attenzione

Attenzione! I dati visualizzati non sono stati sottoposti a validazione da parte dell'ateneo

Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
social impact