These few words can be read as the introduction to a short journey into myth. Or rather, a journey within the journey, towards one of the sources of myth. A route which takes us, in Simmel’s words, from the ‘face’ to the ‘portrait’, from the ruins to the imaginary, and on to the virtual image, less real perhaps, but certainly more true. Paestum, as a place which is both physical and symbolical, one could even say magical, is the ideal crossroads for all those disciplines and methods that attempt to retrace the myth, and ritual, of the journey to the ruins. A journey which today is literally sublimated in a virtual encounter with the eidolon, the restored ruin. And that’s what virtual museums propose today: a change of dimension, no longer a move through space but a move through time. Well-known and more obscure authors are rediscovered, from Felice Gazzola to Goethe, from Delagardette to Lenormant. And on to Ungaretti and, one could say, to the ‘liquid’ contemporaneity, where the mere act of seeing appears to thwart discovery, the celebratory reconstruction and reproduction of the past, by making it more concrete, and thus seems to nullify any possibility of return. And now we touch upon a theme which goes beyond Paestum, and covers archeology from the 18th century to the year 2000. Perhaps more than in any other archeological location, this itinerary is particularly fecund in Paestum where the setting itself, the landscape, the nature and the ruins, have nurtured a more fertile imaginary perception than that of physical tourism per se: doubtless, throughout the centuries, the crop of writers and artists who wrote about ancient Poseidonia far outnumbered those who had physically been there. In this brief research proposal, one cannot but mention the temporal coordinates and the main stages of a future journey into the imaginary. Such a journey begins in the age of Enlightenment, to be considered a departure point, albeit open to numerous forays into the previous century. Although, as is widely known, the location of the temples was recorded in the late sixteenth century, the true ‘discovery’ of Paestum dates back to the second half of the eighteenth century and belongs to the bedrock of English culture, as Winckelmann himself came to admit. The otherness of that non-place, compared to the exotic vein which characterized Greek architecture and the algid magnificence of Sicilian temples, made it entirely unique, far more than a mere archeological site. The proximity of the ever-looming Vesuvius and the surrounding malaria-infested plain which isolated the site, served to offer forth a unique type of landscape, a melding of nature and history, endlessly intertwined in an on-going dialogue.

Queste brevi note possono anche intendersi come introduzione ad un piccolo viaggio nel mito. O meglio, un viaggio nel viaggio, verso una delle fonti del mito. Un percorso, si direbbe con Simmel, dal ‘volto’ al ‘ritratto’: dalle rovine all’immaginario, fino all’immagine virtuale, meno reale forse, ma più ‘vera’. Paestum come luogo fisico e simbolico, magico si direbbe, ideale intersezione di discipline e metodi che cercano di ripercorrere il mito (e il rito) del viaggio alle rovine, quello che oggi si sublima (letteralmente) in un incontro virtuale con l’eidolon, con la rovina ricostruita, e dunque cambio di dimensione, come propongono oggi i musei virtuali: non più spostamento nello spazio, ma spostamento nel tempo. Si rileggono autori noti e meno noti, da Felice Gazzola a Goethe, da Dealagardette a Lenormant. Fino a Ungaretti e, si direbbe, fino alla contemporaneità ‘liquida’ dove il concreto vedere sembra nullificare la scoperta; la celebrazione ‘ricostruttiva’ e ‘riproduttiva’ del passato, proprio nel concretizzarlo, sembra nullificare la possibilità di un ritorno. E qui si apre un tema che ovviamente non tocca solo Paestum, ma, si direbbe, l’archeologia dal Settecento al Duemila. Un percorso quanto mai fecondo proprio a Paestum dove, forse più che in altri siti archeologici, il luogo, il paesaggio, la natura e le rovine hanno alimentato un immaginario più fecondo del turismo fisico propriamente detto: senza dubbio, per secoli, la messe – abbondanza - di scrittori e artisti che scrivevano dell’antica Poseidonia è stata molto più numerosa di quanti fisicamente l’avessero visitata. In queste brevi proposte di ricerca non si possono non indicare anche le coordinate temporali e le principali tappe di un futuro viaggio nell’immaginario, che inizia nell’età dell’illuminismo, da intendersi come stazione di partenza aperta a facili incursioni nel secolo precedente. Se il rinvenimento dei templi, infatti, come è noto, è attestato alla fine del Cinquecento, la vera ‘scoperta’ di Paestum risale alla seconda metà del Settecento, ed è ascrivibile nell’alveo della cultura inglese, come lo stesso Winckelmann si trovava ad ammettere. L’alterità di quel non-luogo rispetto alla vena esotica della Grecia e alla fredda magnificenza dei templi siciliani, lo rendeva unico, molto più che un semplice sito. La vicinanza all’incombente Vesuvio, l’inestricabile pianura malarica che lo isolava, offrivano un particolarissimo esempio di paesaggio, di fusione tra natura e storia, in dialogo fino a confondersi.

Viaggio senza ritorno. Per uno studio su Paestum e sul turismo archeologico

VILLANI, Paola
2011

Abstract

Queste brevi note possono anche intendersi come introduzione ad un piccolo viaggio nel mito. O meglio, un viaggio nel viaggio, verso una delle fonti del mito. Un percorso, si direbbe con Simmel, dal ‘volto’ al ‘ritratto’: dalle rovine all’immaginario, fino all’immagine virtuale, meno reale forse, ma più ‘vera’. Paestum come luogo fisico e simbolico, magico si direbbe, ideale intersezione di discipline e metodi che cercano di ripercorrere il mito (e il rito) del viaggio alle rovine, quello che oggi si sublima (letteralmente) in un incontro virtuale con l’eidolon, con la rovina ricostruita, e dunque cambio di dimensione, come propongono oggi i musei virtuali: non più spostamento nello spazio, ma spostamento nel tempo. Si rileggono autori noti e meno noti, da Felice Gazzola a Goethe, da Dealagardette a Lenormant. Fino a Ungaretti e, si direbbe, fino alla contemporaneità ‘liquida’ dove il concreto vedere sembra nullificare la scoperta; la celebrazione ‘ricostruttiva’ e ‘riproduttiva’ del passato, proprio nel concretizzarlo, sembra nullificare la possibilità di un ritorno. E qui si apre un tema che ovviamente non tocca solo Paestum, ma, si direbbe, l’archeologia dal Settecento al Duemila. Un percorso quanto mai fecondo proprio a Paestum dove, forse più che in altri siti archeologici, il luogo, il paesaggio, la natura e le rovine hanno alimentato un immaginario più fecondo del turismo fisico propriamente detto: senza dubbio, per secoli, la messe – abbondanza - di scrittori e artisti che scrivevano dell’antica Poseidonia è stata molto più numerosa di quanti fisicamente l’avessero visitata. In queste brevi proposte di ricerca non si possono non indicare anche le coordinate temporali e le principali tappe di un futuro viaggio nell’immaginario, che inizia nell’età dell’illuminismo, da intendersi come stazione di partenza aperta a facili incursioni nel secolo precedente. Se il rinvenimento dei templi, infatti, come è noto, è attestato alla fine del Cinquecento, la vera ‘scoperta’ di Paestum risale alla seconda metà del Settecento, ed è ascrivibile nell’alveo della cultura inglese, come lo stesso Winckelmann si trovava ad ammettere. L’alterità di quel non-luogo rispetto alla vena esotica della Grecia e alla fredda magnificenza dei templi siciliani, lo rendeva unico, molto più che un semplice sito. La vicinanza all’incombente Vesuvio, l’inestricabile pianura malarica che lo isolava, offrivano un particolarissimo esempio di paesaggio, di fusione tra natura e storia, in dialogo fino a confondersi.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.12570/1473
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