The basic aim of this paper is to show that, from the works of linguists and others social scientists, there emerge at least three different answers to the(apparently) innocent question “what is writing?”. I argue that in all cases we are confronted with a partial and “ideological” definition, made up to serve specific goals and fulfil particular requirements; nevertheless, every definition singles out a main feature which could (and in many cases should) be relevant in formulating a comprehensive working definition of writing. However, I will demonstrate that those very features meet three basic semiotic thesis, which are indeed the basis for any viable assessment of mixed textual products in visual and graphic domains – since practices of situated interference and contact are nowadays the real “non-normative norm” in globalized cultures and societies. Finally, I will hold the idea that more dynamic and hybrid uses of literacies in and out of school should take into account the coherent interaction of scripts with other graphic symbols: we cannot avoid to admit that in the graphic plane is virtually impossible to exclude not linguistically coded (but often distinctive and discrete) visual units from analysis, since writing has always benefited from its “medial contiguity” with any form of diagram and picture – and Ruth Finnegan has rightly observed that there are always multiple visual dimensions in writing, even though indiscriminate practices of graphic melting pot are threatening any viable, anthropologically-oriented intercultural approach to literacies.

Scopo di questo articolo è riconsiderare, passandole in rassegna, le risposte date dagli studi semiolinguistici e antropologici dell’ultimo secolo alla domanda(apparentemente scontata o banale): “cos’è la scrittura?”. Gli approcci che verranno analizzati criticamente sono tutti caratterizzati da una visione “ideologica” di cosa significhi scrivere, per lo più condizionata da criteri e pratiche riconducibili all’Occidente industrializzato. Cercherò tuttavia di dimostrare come le diverse posizioni finiscano in definitiva per portare alla luce alcune caratteristiche semiotiche fondamentali che, a mio avviso, sono le sole in grado di spiegare la natura delle concrete pratiche scrittorie, nel descrivere le quali assistiamo (in Occidente come altrove) a ineludibili fenomeni di mescolamento e contatto fra norme e canoni visivo-grafici di solito considerati assolutamente distinti gli uni dagli altri. Nell’ultima parte del testo sosterrò l’idea che promuovere usi più dinamici e ibridi di scrittura e grafismo nelle scuole e al di fuori di esse significa accettare gli inevitabili fenomeni di interazione fra singoli sistemi notazionali e altri tipi di simboli grafici: è necessario, cioè, ammettere che a livello dell’espressione grafica diviene praticamente impossibile escludere del tutto o in parte dall’analisi l’occorrenza di unità visive non codificate linguisticamente ma, spesso, in possesso di caratteri discreti e natura distintiva. La scrittura insomma ha sempre beneficiato dalla “contiguità mediale” e delle possibilità sincretiche offerte dalla giustapposizione con qualunque altra forma di diagramma e immagine (o disegno); del resto l’antropologa Ruth Finnegan ha giustamente fatto notare come nella scrittura siano sempre presenti molteplici dimensioni visive, a dispetto del fatto che alcune indiscriminate pratiche di melting pot grafico contemporaneo rendano spesso poco attraente o praticabile un approccio genuinamente antropologico e interculturale ai diversi processi di alfabetizzazione.

Why writing is not (only) transcribing? Writing codes in contact: steps towards multigraphic literacy practices

PERRI, Antonio
2014

Abstract

Scopo di questo articolo è riconsiderare, passandole in rassegna, le risposte date dagli studi semiolinguistici e antropologici dell’ultimo secolo alla domanda(apparentemente scontata o banale): “cos’è la scrittura?”. Gli approcci che verranno analizzati criticamente sono tutti caratterizzati da una visione “ideologica” di cosa significhi scrivere, per lo più condizionata da criteri e pratiche riconducibili all’Occidente industrializzato. Cercherò tuttavia di dimostrare come le diverse posizioni finiscano in definitiva per portare alla luce alcune caratteristiche semiotiche fondamentali che, a mio avviso, sono le sole in grado di spiegare la natura delle concrete pratiche scrittorie, nel descrivere le quali assistiamo (in Occidente come altrove) a ineludibili fenomeni di mescolamento e contatto fra norme e canoni visivo-grafici di solito considerati assolutamente distinti gli uni dagli altri. Nell’ultima parte del testo sosterrò l’idea che promuovere usi più dinamici e ibridi di scrittura e grafismo nelle scuole e al di fuori di esse significa accettare gli inevitabili fenomeni di interazione fra singoli sistemi notazionali e altri tipi di simboli grafici: è necessario, cioè, ammettere che a livello dell’espressione grafica diviene praticamente impossibile escludere del tutto o in parte dall’analisi l’occorrenza di unità visive non codificate linguisticamente ma, spesso, in possesso di caratteri discreti e natura distintiva. La scrittura insomma ha sempre beneficiato dalla “contiguità mediale” e delle possibilità sincretiche offerte dalla giustapposizione con qualunque altra forma di diagramma e immagine (o disegno); del resto l’antropologa Ruth Finnegan ha giustamente fatto notare come nella scrittura siano sempre presenti molteplici dimensioni visive, a dispetto del fatto che alcune indiscriminate pratiche di melting pot grafico contemporaneo rendano spesso poco attraente o praticabile un approccio genuinamente antropologico e interculturale ai diversi processi di alfabetizzazione.
The basic aim of this paper is to show that, from the works of linguists and others social scientists, there emerge at least three different answers to the(apparently) innocent question “what is writing?”. I argue that in all cases we are confronted with a partial and “ideological” definition, made up to serve specific goals and fulfil particular requirements; nevertheless, every definition singles out a main feature which could (and in many cases should) be relevant in formulating a comprehensive working definition of writing. However, I will demonstrate that those very features meet three basic semiotic thesis, which are indeed the basis for any viable assessment of mixed textual products in visual and graphic domains – since practices of situated interference and contact are nowadays the real “non-normative norm” in globalized cultures and societies. Finally, I will hold the idea that more dynamic and hybrid uses of literacies in and out of school should take into account the coherent interaction of scripts with other graphic symbols: we cannot avoid to admit that in the graphic plane is virtually impossible to exclude not linguistically coded (but often distinctive and discrete) visual units from analysis, since writing has always benefited from its “medial contiguity” with any form of diagram and picture – and Ruth Finnegan has rightly observed that there are always multiple visual dimensions in writing, even though indiscriminate practices of graphic melting pot are threatening any viable, anthropologically-oriented intercultural approach to literacies.
Writing and scripts; Code mixing; Communicative practices
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.12570/1714
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