A partire dagli studi seminali di Ariès e di De Mause, le ricerche sulla storia e sull’attualità del-le rappresentazioni d’infanzia hanno delineato tre grandi direzioni nella relazione tra adulti/e e bambini/e: una tipo evolutivo, basata sulla costante ‘scoperta’ dell’infanzia e sul conseguente miglioramento delle capacità empatica degli adulti; una di tipo involutivo, basata sulla defini-tiva ‘scomparsa’ dell’infanzia derivante dalla preminenza di vecchie e nuove forme di violenza sulle vite bambine; uno di tipo contradditorio, basata sulla contemporanea e irriducibile pre-senza di forme di empatia e di violenza. Questa terza direzione, che sembrerebbe essere mag-giormente rispettosa della pluralità e della complessità dell’esperienza educativo-formativa, è costantemente messa sotto scacco dal pensiero disgiuntivo presente in pedagogia, che estetizza la “Crisi” o prova a combatterla attraverso “retrotopie”. Per uscire da questo guado, si propone una riflessione sul linguaggio quale strumento conoscitivo in grado di fornire una distinzione tra rappresentazioni retoriche e scientifiche dell’infanzia, mediante la quale riattivare il princi-pio evolutivo e delineare orizzonti di civiltà che guardino oltre il disagio.
Rappresentazioni retoriche e rappresentazioni scientifiche dell’infanzia nel tempo della “Crisi” e delle “retrotopie”. Una ipotesi per uscire dal guado anti-evoluzionista
Chello
2021-01-01
Abstract
A partire dagli studi seminali di Ariès e di De Mause, le ricerche sulla storia e sull’attualità del-le rappresentazioni d’infanzia hanno delineato tre grandi direzioni nella relazione tra adulti/e e bambini/e: una tipo evolutivo, basata sulla costante ‘scoperta’ dell’infanzia e sul conseguente miglioramento delle capacità empatica degli adulti; una di tipo involutivo, basata sulla defini-tiva ‘scomparsa’ dell’infanzia derivante dalla preminenza di vecchie e nuove forme di violenza sulle vite bambine; uno di tipo contradditorio, basata sulla contemporanea e irriducibile pre-senza di forme di empatia e di violenza. Questa terza direzione, che sembrerebbe essere mag-giormente rispettosa della pluralità e della complessità dell’esperienza educativo-formativa, è costantemente messa sotto scacco dal pensiero disgiuntivo presente in pedagogia, che estetizza la “Crisi” o prova a combatterla attraverso “retrotopie”. Per uscire da questo guado, si propone una riflessione sul linguaggio quale strumento conoscitivo in grado di fornire una distinzione tra rappresentazioni retoriche e scientifiche dell’infanzia, mediante la quale riattivare il princi-pio evolutivo e delineare orizzonti di civiltà che guardino oltre il disagio.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.