Agli inizi degli anni Venti, spinta da una crisi economica che aveva impoverito anche i ceti colti, una generazione di intellettuali tedeschi approda a Napoli e dintorni. Benjamin, Adorno, Bloch, Kracauer e Sohn-Rethel vagano, come flâneurs mediterranei, tra Positano, Capri e Piedigrotta, scoprendo modi di vita eccentrici, diversi. Benjamin descrive Napoli come una città “porosa”: luogo in cui gli opposti s’incontrano e si compenetrano in ogni strato del tessuto sociale. A Napoli il sacro incontra il profano; il teatro, la platea; il cattolico, il pagano; il legale, l’illegale. Una città “porosa” perché, abitandola, inciampiamo nelle crepe e nei paradossi della modernità; perché, abituandoci ai suoi ritmi e ai suoi eccessi, acquisiamo una dimestichezza unica e inimitabile. Del resto è nella povertà, nel bisogno estremo, che si manifesta la creatività tipica dell’estro popolare, capace di rendere risorsa ciò che per altri sarebbe solo uno scarto. Sohn-Rethel chiama tutto ciò “l’ideale del rottame” – in tedesco Das Ideal des Kaputten. A Napoli, le macchine sono autentiche solo quando si rompono, ridestando un rapporto intimo e corporeo con la tecnica: pezzi di legno trovati per strada tengono insieme ingranaggi di automobili malandate; il motore surriscaldato di un motoscafo diventa piastra per una caffettiera; il mozzo di una motocicletta scassata si trasforma in frullino per montare la panna. Ogni rottame viene raccolto, riparato e reinventato: un gesto di riscatto che sfida, nel piccolo, la logica del capitalismo. Tra le ginestre sparse sul Vesuvio e le manifatture rifinite sui marciapiedi, Kaputt fa emergere la forma propria di Napoli, la sua resistenza ingegnosa, attraverso la penna vibrante di uno dei più acuti economisti politici del Novecento.

Kaputt. Napoli e la questione della tecnica

Palma, Massimo
2026-01-01

Abstract

Agli inizi degli anni Venti, spinta da una crisi economica che aveva impoverito anche i ceti colti, una generazione di intellettuali tedeschi approda a Napoli e dintorni. Benjamin, Adorno, Bloch, Kracauer e Sohn-Rethel vagano, come flâneurs mediterranei, tra Positano, Capri e Piedigrotta, scoprendo modi di vita eccentrici, diversi. Benjamin descrive Napoli come una città “porosa”: luogo in cui gli opposti s’incontrano e si compenetrano in ogni strato del tessuto sociale. A Napoli il sacro incontra il profano; il teatro, la platea; il cattolico, il pagano; il legale, l’illegale. Una città “porosa” perché, abitandola, inciampiamo nelle crepe e nei paradossi della modernità; perché, abituandoci ai suoi ritmi e ai suoi eccessi, acquisiamo una dimestichezza unica e inimitabile. Del resto è nella povertà, nel bisogno estremo, che si manifesta la creatività tipica dell’estro popolare, capace di rendere risorsa ciò che per altri sarebbe solo uno scarto. Sohn-Rethel chiama tutto ciò “l’ideale del rottame” – in tedesco Das Ideal des Kaputten. A Napoli, le macchine sono autentiche solo quando si rompono, ridestando un rapporto intimo e corporeo con la tecnica: pezzi di legno trovati per strada tengono insieme ingranaggi di automobili malandate; il motore surriscaldato di un motoscafo diventa piastra per una caffettiera; il mozzo di una motocicletta scassata si trasforma in frullino per montare la panna. Ogni rottame viene raccolto, riparato e reinventato: un gesto di riscatto che sfida, nel piccolo, la logica del capitalismo. Tra le ginestre sparse sul Vesuvio e le manifatture rifinite sui marciapiedi, Kaputt fa emergere la forma propria di Napoli, la sua resistenza ingegnosa, attraverso la penna vibrante di uno dei più acuti economisti politici del Novecento.
2026
979-12-5596-311-0
Uso, scambio, lavoro, Napoli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12570/56273
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